La vita non è una side quest

Rispondere all’amico o salvare la serie? Come il linguaggio dei videogiochi sta riscrivendo le nostre giornate, e quelle dei ragazzi.

Sono le 7:30. Un amico ti scrive. Nello stesso momento l’app ti ricorda che la tua serie scade tra due ore, e che ieri tre persone ti hanno superato in classifica. Rispondi a lui o salvi la serie?

Il linguaggio dei videogiochi è ormai entrato nel nostro modo di parlare della vita. Diciamo che abbiamo fatto level up, che qualcuno ci sta carriando (cioè ci sta tirando avanti), che un pomeriggio passato ad aiutare un amico è stata una side quest, una missione secondaria.

E dietro le parole ci sono gli strumenti. Le app che usiamo ogni giorno, i social, perfino le notifiche, sono costruiti con meccaniche da gioco: sfide a tempo, serie da non interrompere, punti, premi, classifiche. Vale la pena guardarle da vicino, perché dicono molto su come stiamo crescendo noi, e su come stanno crescendo i ragazzi.

I trucchi del gioco

Se proviamo a smontarli, i meccanismi sono sempre gli stessi. Questi sono i cinque che incontro più spesso, nelle app dei ragazzi e nelle mie.

  • La serie. Ti dà qualcosa da perdere. Dopo un po’ non giochi più per guadagnare, ma per non rompere la catena.
  • La ricompensa a sorpresa. Non sai mai cosa uscirà. È proprio l’incertezza a farti riprovare.
  • La classifica. Ti confronta di continuo con gli altri: non conta quanto hai fatto, ma quanti ne hai superati.
  • Le missioni. Trasformano la giornata in una lista. Quello che non c’è smette di sembrare importante.
  • La notifica. Ti chiede una risposta adesso. Aspettare sembra già perdere qualcosa.

Ce ne sono altri: la spinta gentile, il vuoto vietato, le monete che ti fanno perdere il senso di quanto costano le cose. Li ho raccolti tutti, dodici, in un’attività di cui ti racconto alla fine.

Non sono giochi innocenti

Non tutto il gioco fa male. Questi stessi meccanismi a volte aiutano davvero: a imparare una lingua, a muoversi di più, a non mollare un obiettivo. Il punto è chi decide le regole del gioco, e con quale scopo.

Nelle app che usiamo ogni giorno lo scopo è spesso uno solo: aumentare il tempo che passiamo dentro. Più restiamo, più valiamo per chi l’ha progettata.

Alcuni di questi meccanismi vengono da lontano. La ricompensa che arriva in modo imprevedibile è un principio che la psicologia del comportamento studia da decenni, ed è lo stesso su cui si regge una slot machine. Il paragone con il gioco d’azzardo ha quindi un fondamento: in Belgio, nel 2018, le casse premio a pagamento dei videogiochi sono state equiparate proprio al gioco d’azzardo. I ragazzi incontrano questi meccanismi in ogni fase della loro crescita con i dispositivi, spesso molto prima di avere gli strumenti per riconoscerli.

La classifica invisibile

La classifica più potente, però, è quella che non si vede. Pensiamo a una ragazza che suona il pianoforte e che, per ore, viene esposta a video di pianisti straordinari da tutto il mondo.

Nessuno le ha assegnato un punteggio, eppure ogni sera si misura contro i migliori del mondo. La sua passione rischia di sgonfiarsi sotto un pensiero semplice: «lo sanno fare tutti, e meglio di me». In quella bolla l’eccezionale diventa normale, e il confronto con standard quasi irraggiungibili alimenta un senso di inadeguatezza. Viene da chiedersi se non sia proprio questo, a volte, a tenerci lì: chi si sente sempre un passo indietro continua a guardare.

Il punteggio di sé

Qualcosa di simile accade con l’immagine di sé. Un’esperienza non si vive più per il gusto di farla, ma si organizza già pensando a come verrà mostrata online. I like, le visualizzazioni e i commenti diventano il punteggio della giornata, e la giornata si organizza per farlo salire. Lo spazio tra il sé e la sua rappresentazione si assottiglia, e l’io diventa un prodotto da ritoccare e mettere in scena.

Lo scrivo anche per me, su un sito che porta il mio nome: nessuno ne è fuori.

Si vede bene nel linguaggio. Nei post i ragazzi si raccontano spesso come personaggi di un videogioco: aiutare un amico o iniziare un nuovo hobby diventano side quest. Le app di studio e produttività fanno lo stesso, con grafiche e punteggi da gioco di ruolo per gestire i compiti di ogni giorno.

È il segnale che la realtà, per risultare interessante o anche solo sopportabile, a volte sembra dover passare attraverso i codici del virtuale. E per alcuni il rischio è che la vita vera, senza uno schermo di mezzo, finisca per sembrare una simulazione noiosa.

I punti li diamo anche noi

Sarebbe comodo fermarsi qui e dare la colpa alle app. Ma i punti non li hanno inventati loro.

Nei servizi educativi i sistemi a punti sono diffusissimi: tabelle con gli adesivi, punti da accumulare per un’uscita o per un’ora di videogiochi. Li ho visti usare, e li ho usati anch’io.

Questi sistemi hanno una loro logica, e in certi casi funzionano. Aiutano a costruire un’abitudine, a rendere visibile un progresso a chi fatica a vederlo, a dare struttura a giornate che non ne hanno. Il problema arriva quando diventano l’unico linguaggio. La ricerca sulla motivazione mostra da decenni che premiare qualcosa che una persona faceva già per piacere può farle perdere quel piacere: se un bambino che disegnava per divertimento comincia a disegnare per l’adesivo, quando l’adesivo sparisce smette di disegnare.

E c’è una domanda scomoda. Se un ragazzo aiuta a sparecchiare per i punti, cosa sta imparando? Che aiutare conviene? O che aiutare è una missione secondaria, da fare solo quando rende qualcosa?

Tabelle e punti possono restare. Serve però chiedersi, davanti alla prossima tabella con gli adesivi, cosa stiamo premiando e cosa rischiamo di insegnare che non conta.

Cosa si perde per strada

Se ogni interazione passa da un filtro o da una lista di cose da fare, qualcosa rischia di indebolirsi: la capacità di stare nell’imprevisto, nel silenzio, nel dolore dell’altro. Tutto ciò che non ha un punteggio e non si può completare. Sono proprio le cose che, nel lavoro educativo, contano di più, e che non si imparano da nessuna app.

La trama principale

Il punto, per chi educa, è questo. Il rischio va oltre il tempo che i ragazzi passano nelle app: è che la dimensione del gioco diventi quella più interessante, quella che appare prioritaria. Portare a termine l’obiettivo, non perdere la serie, salire in classifica.

E che, di conseguenza, alcune cose finiscano per sembrare secondarie: aiutare un amico, informarsi, annoiarsi, stare con qualcuno senza fare niente.

Proprio le cose che non danno punti sono, di una vita, la trama principale.

Per questo l’educatore non può limitarsi a vietare o a spegnere. Può diventare un filtro critico: qualcuno che aiuta a riconoscere i meccanismi e a dare loro un nome. A volte basta una domanda semplice, fatta al momento giusto: «Lo faresti anche se non ti desse punti?». Oppure: «Cosa ti sei perso, oggi, per non perdere la serie?».

Ma per dare un nome a un meccanismo, prima bisogna accorgersi che sta agendo su di te.

Da questa riflessione, un’attività

Spiegare questi meccanismi non basta: per riconoscerli bisogna sentirli addosso. Per questo da queste pagine è nata un’attività che si chiama, appunto, La vita non è una side quest.

Ricordi l’amico delle 7:30? Nell’attività lo incontri davvero.

Si gioca dal telefono e si vive una giornata intera dentro un’app che trasforma tutto in punti, serie e classifiche. Intanto, ai bordi dello schermo, la vita continua: quell’amico che scrive, il vocale della nonna, qualcuno che bussa alla porta la sera tardi. Ogni scelta vale punti, oppure no.

A fine giornata il gioco si rovescia: è l’app stessa a raccontarti cosa ti ha fatto, meccanismo per meccanismo, tutti e dodici. Poi ti chiede di raccontare un momento della tua giornata vera, senza numeri, livelli o missioni.

Esiste in due versioni: una per ragazzi dai 14 anni, circa 20 minuti, e una per adulti, genitori, educatori e insegnanti, circa 25 minuti. È gratuita, si può usare in classe, in gruppo o in équipe, e non salva nessun dato.

E voi?

Mi piacerebbe sentire chi lavora con ragazzi, chi è genitore o chi semplicemente si è riconosciuto in queste righe.


Quale di questi meccanismi ti tiene più agganciato?

Rispondi con un clic: è anonimo.

Domanda aperta

Cosa c’è, nella tua giornata, che non dà punti ma che non vorresti mai trattare come una missione secondaria?

E se lavori con ragazzi: ti capita di usare punti, premi o classifiche? Con quali effetti? Raccontalo nei commenti qui sotto: è da qui che vorrei far partire il confronto.

Confrontiamoci

I commenti sono aperti a tutti e vengono pubblicati dopo la mia approvazione. Una sola regola importante: niente nomi o dettagli che rendano riconoscibili ragazzi, famiglie o servizi. Raccontate le situazioni, non le persone.

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