Ci serve un vaso da rompere

Un divano strappato, una pianta, una parete di foto: come la cura degli spazi può cambiare il clima di un gruppo di ragazzi.

L’équipe si sta interrogando su quale lavoro fare con il gruppo dei ragazzi. Da qualche mese il clima è molto teso: gli educatori faticano nell’interazione, mentre i ragazzi formano un gruppo coeso e forte.

Gli spazi comuni sono poco vissuti e il senso di “casa” non si percepisce. C’è molta trascuratezza verso il luogo in cui si vive: cartacce sul divano, abiti a terra, muri sporchi. Il valore del posto in cui si abita sembra non essere compreso.

La risposta potrebbe sembrare un insieme di regole, più richiami, più tempo degli educatori dedicato a pulire ciò che viene sporcato. Oppure ciò che serve è un vaso da rompere: un oggetto delicato, unico, a cui affezionarsi.


Quando si parla di educazione non si può fare a meno di partire dalla propria esperienza. Anche affidandosi a teorie, studi e fondamenti scientifici, non esiste un’educazione che non sia soggettiva, situata, accompagnata dalle intuizioni di chi la fa. E le intuizioni pedagogiche, capire cosa fare quando non si sa bene cosa fare, sono uno strumento di lavoro importante.

Prova allora un piccolo esercizio. Pensa ai luoghi in cui sei cresciuto: la cucina, il tavolo da pranzo, il divano del soggiorno, la tua camera, lo specchio davanti al quale ti lavavi i denti. Questi luoghi restano nella memoria e si legano all’idea di casa, di crescita, di conflitto e di benessere. Non sono mai neutri.

Io ricordo con particolare affetto il mobile del soggiorno della casa in cui sono cresciuto. Occupava quasi tutta la parete: un pezzo massiccio a due corpi, di legno dal colore caldo, lucido e liscio. Le ampie ante vetrate custodivano i libri di mia madre, alcune foto, le stoviglie delle occasioni e piccoli animali di vetro.

I cassetti in basso si chiudevano con un chiavistello e nascondevano tovaglie e, qualche volta, del cibo. Faticavo ad aprirli senza farmi sentire, eppure era irresistibile. I ripiani in alto erano troppo alti per me, così mi arrampicavo per raggiungerli e cercare cioccolatini. A volte, correndo, non potevo fare a meno di far scorrere la mano sulla sua superficie liscia, centinaia di volte.

Ogni gesto, spingere, tirare, arrampicarsi, era un’esperienza precisa e intensa: il legno sotto le mani, il vetro freddo, il chiavistello che resisteva. Non era un semplice mobile. Era un oggetto concreto, unico, delicato e complesso, che definiva lo spazio e con cui interagivo continuamente, con le mani e con gli occhi. Per questo oggi lo ricordo così nitidamente.

Prova a fare lo stesso: sono certo che anche nella tua memoria esiste un oggetto così, e che porta con sé ricordi, sensazioni ed emozioni.

Gli spazi ci educano

Gli spazi in cui viviamo ci condizionano. Ci portano a fare esperienza, a interagire con l’ambiente, a creare relazioni e a regolare il nostro stato emotivo: ci attivano, ci tranquillizzano. Nelle teorie sistemiche il punto focale è sempre la relazione tra la persona e il suo ambiente.

Quando siamo tristi trascuriamo i luoghi che abitiamo; quando abbiamo bisogno di novità cambiamo qualcosa; quando stiamo bene curiamo e puliamo.

Per questo è ancora più importante pensare con attenzione agli spazi in cui accogliamo i ragazzi, o le persone che seguiamo. Devono essere dignitosi, curati e, dove possibile, contenere un oggetto capace di attirare attenzione e affetto.

Quando ho iniziato a lavorare in comunità, la cosa che più mi colpiva non erano le impronte sulle pareti, ma il divano: vecchio, rotto, reduce di periodi difficili. Anche lui raccontava una storia, opposta a quella del mobile della mia infanzia. Dopo il primo strappo su un cuscino, gli altri sembravano più facili da fare: legittimati, normali.

Poi c’erano le sedie della cucina: rosse, di plastica, con le gambe di metallo, impilabili, come quelle degli oratori o dei convegni. Il divano è stato cambiato poco dopo; le sedie, purtroppo, non ancora.

Questi oggetti non sono semplici arredi. Curarli, sostituirli, disporli con attenzione significa dire ai ragazzi qualcosa di molto concreto: lo spazio in cui vivete ha valore, e voi con lui.

La cura degli spazi non è una questione estetica. È uno strumento educativo concreto.

Il nostro vaso

Non voglio fare la predica a nessuno: sono il primo a sentirmi in difetto scrivendo queste righe, e i miei colleghi avrebbero più di un esempio per riprendermi. Ma proprio questo mi rende felice: lavorare in un posto dove la cura dello spazio è condivisa significa avere qualcuno che te la ricorda quando la metti in secondo piano.

Scegliere come rinnovare gli spazi è stato un lavoro d’équipe: quale mobile inserire, dove riporre gli oggetti, come decorare la parete, come orientare il divano perché fosse più accogliente. Abbiamo deciso cosa togliere, che percorso far fare a chi entra in salone e cosa far vedere a chi si siede.

Un pomeriggio un ragazzo, che di solito dopo la scuola si chiude nel suo gioco alla PlayStation senza alzare gli occhi, si è fermato a guardare una pianta che avevo portato il giorno prima. “Bella pianta”, ha detto. Quella pianta c’è ancora e sta bene. Nei primi giorni alcune foglie sono state strappate, bucate, urtate. Oggi è uno degli elementi centrali del salone, e chi abita quello spazio la rispetta.

Un altro ragazzo, davanti alla parete di foto che le mie colleghe avevano costruito insieme ai ragazzi, mi ha chiesto se potevamo stampare altre foto delle attività dei mesi passati.

Sono episodi piccoli, quotidiani. Ma il clima è cambiato. Il nostro obiettivo era ripopolare il salone, renderlo un luogo vivo, di scambio e di confronto: oggi non è raro vedere i ragazzi seduti sul divano, discutere su chi debba usare la penisola, organizzare partite a giochi da tavolo o restare a tavola più a lungo.

Quando un ragazzo che aveva vissuto con noi per due anni è tornato a trovarci, è entrato e ha detto soltanto, con nostalgia: “Questa cucina…”. In quell’istante lo spazio che avevamo trasformato aveva lasciato un segno.

Il mobile della mia infanzia, il divano, la pianta, le foto alla parete: sono tutti oggetti che raccontano storie e creano legami. E come ogni buona pratica educativa, la cura degli spazi parte dall’attenzione: osservare, pensare, scegliere, prendersi cura.

Noi il nostro vaso l’abbiamo trovato.


Nel servizio in cui lavori, lo spazio comune è…

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C’è un oggetto o uno spazio, nel servizio in cui lavori, che racconta qualcosa del clima del gruppo? Cosa avete cambiato, o cosa vorreste cambiare?

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